Decreto Reddito di Cittadinanza e Quota 100

Approvati oggi alla Camera due ordini del giorno a mia firma e delle colleghe Valentina d’Orso e Roberta Alaimo, per estendere il reddito di cittadinanza anche ai “senza fissa dimora” e per consentire che i progetti di reinserimento lavorativo avvengano anche presso associazioni non lucrative del terzo settore e, nel caso invece vengano realizzati presso le aziende municipalizzate, questi abbiano ad oggetto esclusivamente attività di tipo straordinario e che la disponibilità al lavoro dei soggetti beneficiari non sia mai diretta a sopperire a carenze di personale o a disfunzioni organizzative.

Di seguito i testi dei due ordini del giorno.


  La Camera,

premesso che:    

l’articolo 4 (l’atto per il lavoro e Patto per l’inclusione sociale) del presente provvedimento dispone che il reddito di cittadinanza sia subordinato alla dichiarazione dei componenti il nucleo familiare maggiorenni di immediata disponibilità al lavoro nonché alla sottoscrizione, da parte dei medesimi, di un patto per il lavoro ovvero di un patto per l’inclusione sociale. Quest’ultimi, stipulati tra i centri per l’impiego e i servizi sociali dei comuni con i beneficiari del Reddito di cittadinanza, si sostanziano in un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale che può riguardare attività al servizio della comunità, di riqualificazione professionale, di completamento degli studi, nonché altri impegni individuati dai servizi competenti;

    ai sensi del combinato disposto dei commi 5 e 11 dell’articolo 4 del presente provvedimento, ai fini della valutazione preliminare rispetto alla stipulazione di uno dei Patti, entro il termine di 30 giorni dal riconoscimento del beneficio, il richiedente il reddito di cittadinanza è convocato dai centri per l’impiego nel caso in cui tale soggetto o almeno un membro del suo nucleo familiare (non escluso dagli obblighi ai sensi del comma 2 dell’articolo 4) rientri in una delle ipotesi (relative all’occupazione, al mercato del lavoro, agli ammortizzatori sociali o all’età anagrafica) di cui al citato comma 5. Qualora non si rientri in alcuna di tali fattispecie, il richiedente, ai sensi del comma 11, è invece convocato, entro lo stesso termine temporale, da parte dei servizi comunali competenti per il contrasto della povertà;

    ai sensi del comma 12 del citato articolo, in base all’esito della suddetta valutazione preliminare, e a prescindere dalla sede in cui essa sia stata effettuata, i beneficiari sottoscrivono un Patto per il lavoro ovvero un Patto per l’inclusione sociale, nel caso in cui, rispettivamente, i bisogni del nucleo familiare e dei suoi componenti siano prevalentemente connessi alla situazione lavorativa ovvero siano complessi e multidimensionali;

    il Patto per il lavoro, il Patto per l’inclusione sociale, i sostegni in essi previsti e la valutazione multidimensionale (precedente la stipulazione del Patto per l’inclusione sociale) costituiscono livelli essenziali delle prestazioni che debbono essere fomiti ai beneficiari del reddito di cittadinanza nel rispetto di un approccio multidimensionale alla povertà. A tal fine e per gestire meglio la platea dei potenziali beneficiari agevolando, al contempo, il lavoro dei servizi competenti non ancora del tutto strutturati per ciò, sarebbe opportuno sollecitare gli enti locali alla predisposizione di strutture miste ove siano contestualmente presenti addetti del centro per l’impiego e responsabili dei servizi sociali capaci di effettuare, già al primo incontro di orientamento, una valutazione multidimensionale della situazione complessiva del soggetto beneficiario, con particolare riferimento ai soggetti o nuclei familiari in possesso di certificazione ISEE pari a euro 0, o comunque sino ad euro 3.000,00 per i quali appare probabile che alla situazione economico-patrimoniale deficitaria si accompagni una condizione di marginalità o comunque un bisogno più complesso non esclusivamente riconducibile alla mancanza di lavoro. Ciò al fine di poter dare delle risposte maggiormente efficaci ed integrate ai bisogni di natura non solo occupazionale dello stesso, grazie alla collaborazione tra i diversi soggetti coinvolti, a vario titolo, nella lotta alla povertà e all’emarginazione sociale;

    a ciò si aggiunge che ai sensi del comma 15 dell’articolo 4 del presente provvedimento, il beneficiario è tenuto ad offrire, nell’ambito del Patto per il lavoro e del Patto per l’inclusione sociale la propria disponibilità per la partecipazione a progetti a titolarità dei comuni, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni da svolgere presso il medesimo comune di residenza. In questo senso, i comuni sono tenuti a predisporre le procedure amministrative utili per l’istituzione dei progetti di cui al presente comma. Ebbene, nel fare ciò sarebbe opportuno implementare la collaborazione tra enti locali e associazioni o organizzazioni non lucrative del terzo settore affinché siano coinvolti nelle attività di promozione degli interventi di lotta alla povertà e al contrasto dell’emarginazione sociale. Ciò attraverso una esplicita previsione che consenta la stipula di convenzioni relative ai progetti di cui al citato comma 15 tra comuni ed associazioni o organizzazioni non lucrative del terzo settore;

    e, sempre, in tale quadro si ritiene opportuno chiarire che, ove dovesse ritenersi che la previsione suddetta comprenda la possibilità di realizzare i progetti di cui al presente comma 15 presso le aziende municipalizzate, tali progetti abbiano ad oggetto attività di tipo straordinario onde evitare che le carenze di personale o le disfunzioni organizzative siano colmate facendo ricorso alla disponibilità al lavoro dei soggetti beneficiari della misura del presente provvedimento in luogo delle normali selezioni procedurali pubbliche in conformità al principio di legalità che governa la pubblica amministrazione,

impegna il Governo:

   a valutare, attraverso gli uffici tecnici del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, di concerto con le altre autorità istituzionali competenti, l’opportunità di provvedere, con idonee iniziative, anche legislative, a revisionare le modalità di svolgimento del primo incontro di orientamento per i beneficiari del reddito di cittadinanza;

   a valutare l’opportunità, con riferimento al comma 15 dell’articolo 4 del presente provvedimento, di prevedere espressamente, nei decreti attuativi, che i progetti di cui al presente comma possano essere realizzati dai Comuni anche attraverso la stipula di convenzioni con le associazioni o organizzazioni non lucrative del terzo settore, e di chiarire espressamente che, ove la norma dovesse interpretarsi nel senso di consentire che i progetti possano essere realizzati anche presso le aziende municipalizzate, che tali progetti abbiano ad oggetto esclusivamente attività di tipo straordinario e che la disponibilità al lavoro dei soggetti beneficiari del reddito non sia mai diretta a sopperire a carenze di personale o a disfunzioni organizzative. 
9/1637-AR/53. Penna, D’Orso, Alaimo.


  La Camera,

   premesso che:

    l’articolo 2, comma 1, lettera a), punto n. 2 del presente provvedimento oggetto di esame dell’assemblea, prevede, quale requisito per ottenere il beneficio, che il componente richiedente sia residente in Italia per almeno dieci anni, di cui gli ultimi due, considerati al momento di presentazione della domanda e per tutta la durata dell’erogazione del benefìcio, in modo continuativo;

    con messaggio n. 689 del 20 febbraio 2019 la Direzione centrale Ammortizzatori sociali dell’INPS ha fornito delle istruzioni operative per la corretta gestione dell’istruttoria delle domande e dei pagamenti delle prestazioni a sostegno del reddito, ove riferiti a soggetti dichiarati irreperibili e senza fissa dimora. Secondo queste istruzioni, tra i requisiti necessari per il riconoscimento del diritto alle prestazioni a sostegno del reddito aventi carattere assistenziale, tra le quali va annoverata la misura del reddito di cittadinanza previsto dal provvedimento in oggetto, è prevista la residenza «effettiva» del beneficiario nel territorio dello Stato italiano, requisito che verrebbe meno in caso di dichiarazione di irreperibilità. In particolare, al fine di evitare il riconoscimento di prestazioni di tal genere a soggetti non aventi diritto, qualora il soggetto richiedente una delle prestazioni in esame, tra cui il reddito di cittadinanza, risulti registrato nell’Archivio Anagrafico Unico tenuto presso l’INPS (ARCA) come «irreperibile» o «senza fissa dimora», la domanda deve essere sospesa fintantoché il soggetto non regolarizzi la sua posizione presso il Comune;

    nelle istruzioni suddette, però, non vengono indicate le modalità con cui il soggetto possa regolarizzare la propria posizione;

    in generale i soggetti «senza fissa dimora», privi di alloggio ove stabilire la propria residenza effettiva, hanno diritto all’iscrizione anagrafica presso il Comune ove vivono abitualmente così come espressamente previsto dal combinato disposto degli artt. 1 e 2 della legge anagrafica n.1228 del 24.12.1954. In particolare, l’art. 1 della suddetta legge, dispone testualmente che «Nell’anagrafe della popolazione residente sono registrate le posizioni relative alle singole persone, alle famiglie ed alle convivenze, che hanno fissato nel comune la residenza, nonché le posizioni relative alle persone senza fissa dimora che hanno stabilito nel comune il proprio domicilio, in conformità del regolamento per l’esecuzione della presente legge», e l’articolo 2, comma 3, ricorrendo ad una fictio iuris, stabilisce che «la persona che non ha fissa dimora si considera residente nel comune ove ha il domicilio, e in mancanza di questo nel comune di nascita»;

    pertanto secondo la normativa vigente, la residenza delle persone senza fissa dimora è regolata dall’articolo 2, comma 3, della citata legge, così come modificato dall’articolo 3, comma 38, della legge n. 94 del 2009, e secondo le disposizioni dettate dal Ministero degli Interni con Circolare n. 19 del 17 settembre 2009;

    con il riformato art. 2 della legge anagrafica è stato istituito il registro nazionale delle persone senza fissa dimora e sono state modificate le modalità di iscrizione sulla base delle quali non è più sufficiente la «semplice» dichiarazione di elezione di domicilio, ma l’interessato dovrà anche indicare gli elementi necessari ad accertare l’effettiva sussistenza del domicilio. Ai fini dell’accertamento del domicilio andranno valutate caso per caso le situazioni personali del soggetto nonché quelle patrimoniali, sociali, esistenziali e relazionali. L’ufficiale d’anagrafe potrà in ogni caso acquisire prove documentali e dichiarazioni di parte che potranno risultare ugualmente idonee a dimostrare la sussistenza del domicilio. Sarà comunque necessario il consenso dei titolari del recapito. Se si tratta di persone assistite da enti assistenziali pubblici o privati, gli elementi per accertare il domicilio sono facilmente individuabili; salvo casi eccezionali, il domicilio di queste persone coinciderà con la sede della struttura assistenziale di riferimento. Per le persone senza assistenza occorrerà individuare almeno un recapito, con le caratteristiche minime del «domicilio»;

    tutto ciò alla luce della citata Circolare n. 19 del 7 settembre 2009 del Ministero dell’Interno che ha chiarito come l’articolo 3, comma 38 della legge n. 94 del 2009 debba essere interpretato nel senso che le persone senza fissa dimora, iscritte in anagrafe presso un domicilio, devono essere reperibili. E il domicilio, per poter essere tale, necessita sempre e comunque dell’esistenza di un immobile o comunque di un luogo fisico in cui essere ubicato;

    in considerazione di tali disposizioni, pertanto, ogni Comune, per il tramite del proprio Ufficio Anagrafe – in qualità di ufficiale del Governo – tiene il Registro delle posizioni dei singoli, delle famiglie e delle convivenze nonché registra le posizioni relative alle persone senza dimora che hanno stabilito nel Comune il proprio domicilio. E una volta iscritta una persona nell’anagrafe della popolazione residente, i comuni evidenziano la posizione anagrafica di senza fissa dimora nell’indice nazionale delle anagrafi (Ina). Tale informazione viene conservata nel Registro delle persone senza fissa dimora di cui è titolare il Dipartimento per gli affari interni e territoriali – Direzione centrale per i servizi demografici presso il Ministero dell’interno;

    ebbene, atteso che la giurisprudenza considera il diritto all’iscrizione anagrafica un diritto soggettivo e non concessorio, l’ISTAT, nella sua qualità di organo superiore di vigilanza, è intervenuto in una materia non

    normata (in termini chiari almeno nella sua fase applicativa), con la Circolare Istat n.29/1992 ed ha stabilito che ogni Ufficio Anagrafe deve registrare la persona senza tetto o senza dimora nel registro della popolazione residente, istituendo – in caso di assenza di domicilio o residenza – una via fittizia che non esiste dal punto di vista territoriale/toponomastico ma ha equivalente valore giuridico, e nella quale la persona elegge il proprio recapito. È bene precisare che, in questi casi, l’iscrizione nella via territorialmente non esistente costituirebbe residenza anagrafica a tutti gli effetti consentendo il rilascio della carta di identità, nonché l’accesso a tutti i diritti e alle prestazioni normalmente dipendenti dall’iscrizione anagrafica, ossia diritti civili, diritti sociali, diritto alla salute e alla cura di sé, etc.;

    in considerazione della normativa vigente e di quanto considerato finora, le persone, senza fissa dimora hanno diritto, quindi, a una sorta di residenza fittizia o virtuale;

    poiché le citate istruzioni dell’INPS non chiariscono se la segnalazione di soggetto «senza fissa dimora» riguardi anche i soggetti che, pur vivendo tale condizione, risultino comunque iscritti nel Comune dove vivono abitualmente per essere presi in carico, ad esempio, da associazioni di volontariato che li assistono (ed ove hanno posto il loro «domicilio») ovvero risultino iscritti tramite il meccanismo della c.d. «residenza fittizia o virtuale». Allo stesso modo l’INPS non chiarisce se per regolarizzare la posizione sia sufficiente che il soggetto «senza fissa dimora» ottenga l’iscrizione anagrafica ponendo il proprio domicilio presso l’ente assistenziale pubblico o privato che lo ha in carico ovvero, in alternativa, mediante l’assegnazione della c.d. residenza «fittizia o virtuale»;

    è dunque evidente che sussistono delle lacune normative e, soprattutto, operative riguardo alla concessione della misura del reddito di cittadinanza nei confronti delle persone senza fissa dimora;

    ritenuto che nelle intenzioni del Governo vi è inequivocabilmente il proposito di consentire l’accesso al Reddito di Cittadinanza proprio ai soggetti più poveri ed in condizione di marginalità, quali sono i «clochard»

    e, dunque, i «senza fissa dimora», pare opportuno esplicitare, quantomeno in un decreto attuativo ovvero con altra idonea iniziativa, i criteri e le norme giuridiche, nonché le modalità operative attraverso cui i soggetti «senza fissa dimora» possono accedere concretamente alla misura del reddito di cittadinanza, e nel caso di difficoltà tecnica di concessione della stessa prestazione assistenziale, in che modo potranno regolarizzare la loro posizione e sopperire alla mancanza del requisito della residenza «effettiva» per poter comunque beneficiare della misura,

impegna il Governo

a valutare, attraverso gli uffici tecnici del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, di concerto con le altre autorità istituzionali competenti, l’opportunità di provvedere, con idonee iniziative, anche legislative, ad esplicitare i criteri, le norme giuridiche nonché le modalità operative attraverso cui i soggetti «senza fissa dimora» possono accedere concretamente alla misura del reddito di cittadinanza, e nel caso di difficoltà tecnica di concessione della stessa prestazione assistenziale, individuare le modalità operative attraverso le quali poter regolarizzare la loro posizione al fine di sopperire alla mancanza del requisito della residenza «effettiva» per poter comunque beneficiare della misura. 
9/1637-AR/58. D’Orso, Alaimo, Penna, Perantoni.

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