Portavoce alla Camera dei Deputati

Giustizia e verità per Giulio Regeni

Dopo le conclusioni della Procura di Roma e l’individuazione suffragata da prove testimoniali dei probabili colpevoli ai quali per inerzia e ostracismo dello stato egiziano non si riesce neanche a notificare gli atti del processo, che rischia di essere celebrato in assenza di imputati quali sono gli strumenti di diritto internazionale a cui appellarsi per tentare di risolvere il Caso Regeni? L’Egitto è oramai certo è responsabile di quello che è successo al ricercatore italiano? Se facciamo riferimento riferimento al discorso pronunciato da Federica Violi, docente di diritto internazionale all’Università di Rotterdam, durante l’audizione che si è svolta martedì 19 maggio (in videoconferenza), presso l’Aula del II piano di Palazzo San Macuto, a cura della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, unica strada, in assenza di collaborazione delle autorità egiziane, resta il ricorso alla giustizia penale internazionale che tuttavia ha bisogno di alcuni passaggi procedurali essenziali perché si attivi.Come afferma la dottoressa Violi, i regimi di diritto per la vicenda di Giulio Regeni sono essenzialmente due: il primo è un corpus di norme tradizionali in materia di trattamento degli stranieri, il secondo è un insieme di leggi contro la tortura e altri atti inumani e degradanti. Il primo corpus obbliga uno Stato nel quale si trovi un cittadino straniero a non sottoporlo ad alcun maltrattamento, né di carattere psicofisico né nei confronti dei suoi beni e, in linea generale, a non opporgli diniego di giustizia. A queste norme si ispirano l’istituto della protezione diplomatica: una serie di norme tradizionali che impongono allo Stato di nazionalità del cittadino la sua tutela nei confronti dello Stato estero in cui si trova, con mezzi diplomatici o giurisdizionali.Il secondo corpus di leggi è un insieme di norme contenute nella Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti (abbr. CAT), adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 1984. La Convenzione, ratificata sia dall’Italia sia dall’Egitto, vincola uno Stato a prevenire e punire la tortura nel territorio sotto la sua giurisdizione, assegnando le funzioni di controllo al Comitato contro la tortura.In merito alle norme sul divieto di tortura, vi sono due aspetti particolarmente importanti: innanzitutto, l’inadempimento degli obblighi prescritti da queste norme può essere invocato da tutti gli Stati della comunità internazionale; secondariamente, la loro violazione non è in alcun modo giustificata per ragioni di sicurezza internazionale.Sempre in materia di tortura, si aggiunge che l’Egitto ha ratificato altre convenzioni, tra cui la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli: un testo legislativo per la difesa dei diritti umani a livello continentale, approvato dalla Conferenza dei Capi di Stato e di Governo dell’Organizzazione dell’Unità Africana, il 28 giugno 1981.Insomma, ci sono tante leggi ratificate dall’Egitto che impediscono e condannano la tortura. Vi è quindi unaresponsabilità internazionale dell’Egitto, Regeni infatti è stato sequestrato e brutalmente torturato quindi ucciso 9 giorni dopo il suo fermo ad opera di agenti dei servizi di sicurezza egiziani che la Procura di rRoma ha individuato anche per nomeSI può affermare che lo Stato egiziano sia responsabile di fronte al crimine commesso: la tortura, la privazione arbitraria della libertà e della vita di una persona, sono pratiche inaccettabili e inescusabili. Esse sono esplicitamente proibite da norme internazionali inderogabili, che gli Stati sono tenuti a impedire e perseguire.Come ricorda la dott.ssa Violi, l’obbligo di prevenzione prevede che lo Stato abbia un apparato legislativo e amministrativo funzionante ed effettivo, che impedisca e scoraggi certe condotte da parte dei privati. Al contrario, in Egitto, sembra essersi creato un clima di sospetto generalizzato: pare sia aumentato il numero delle spie spontanee, che vengono poi cooptate dalle autorità. Dalle ricostruzioni della Procura di Roma, risulta che Regeni si fosse trovato oggetto di attenzione proprio da una di queste reti di spionaggio e che fosse effettivamente tenuto sotto controllo dai servizi segreti egiziani. Quindi, risulta difficile sostenere che lo Stato egiziano non avesse i mezzi di prevenire il sequestro, la tortura e l’uccisione di Giulio: proprio per questo motivo, incorrerebbe, dunque, in un illecito internazionale indiretto per non aver prevenuto i crimini commessi nei suoi confronti.Qualora sia lo Stato a commettere quegli atti, attraverso i suoi organi (come la polizia), sarebbe lo Stato stesso responsabile diretto del crimine. Nel caso dell’Egitto Numerosi documenti di organizzazioni regionali e internazionali (come la Commissione africana dei diritti umani o il Gruppo di lavoro ONU sulle sparizioni forzate) ed ONG (Amnesty International, Human Rights Watch, per citarne alcune) hanno espresso preoccupazioni rispetto a un ricorso sistematico al rapimento e alla tortura da parte delle autorità egiziane dal 2014 in poi.L’art. 12 della Convenzione contro la tortura sancisce:Ogni Stato Parte provvede affinché le autorità competenti procedano immediatamente ad un’inchiesta imparziale ogniqualvolta vi siano ragionevoli motivi di credere che un atto di tortura sia stato commesso in un territorio sotto la sua giurisdizioneL’Egitto ha, dunque, l’imperativo giuridico e procedurale di prendere tutte le misure concrete per fare chiarezza sulla vicenda di Giulio Regeni e per perseguire i responsabili del suo assassinio, tramite il suo apparato di polizia e giudiziario.Peraltro, in una decisione del 2011 riguardante proprio l‘Egitto, la Commissione africana per i diritti dell’uomo e dei popoli ha specificato che un’indagine imparziale deve implicare una procedura approfondita o scrupolosa che abbia come risultato l’identificazione dei perpetratori e la punizione dei responsabili per il maltrattamento e altre presunte violazioni. Quest’obbligo risulta ancor più evidente se osservato alla luce del ‘diritto alla verità’: un concetto a cui viene fatto riferimento in un sempre maggior numero di casi per descrivere una serie di aspettative giuridicamente tutelate in capo alle vittime di gravi violazioni dei diritti umani.Per portare il paese egiziano di fronte la giustizia internazionale occorre:Attiviare un arbitrato: l’arbitro scelto dalle parti sarebbe chiamato a pronunciarsi sulla causa per risolvere il contraddittorio con una sentenza, questa volta, vincolante. Se anche in questa fase l’Egitto non collaborasse, dopo sei mesi dalla data di richiesta di arbitrato, si entrerebbe nella terza fase, cioè deferire la causa alla Corte internazionale di Giustizia. La sentenza della Corte sarebbe, a quel punto, vincolante e unilaterale: ciò significa che basterebbe la volontà dell’Italia per obbligare l’Egitto ad adottare le misure stabilite dalla Corte, senza ottenere il consenso dell’Egitto.Ecco dunque che se la giustizia italiana non potrà raggiungere i colpevoli , la giustizia internazionale ha i mezzi per portare lo Stato egiziano sul banco degli imputati.

Riepilogo
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