29 AGOSTO. LIBERO GRASSI E LA BATTAGLIA CONTRO IL RACKET MAFIOSO: INDIETRO NON SI TORNA

28 anni. Come i grani di un rosario gli anni scorrono, ma il ricordo non sbiadisce. Gli amici del «geometra Anzalone», il nomignolo con cui gli estorsori di Libero Grassi si presentavano nelle telefonate di minaccia, non immaginavano la valanga che li avrebbe travolti.

Nel 1991 Riina, Provenzano e i maggiori capi della mafia erano fuori dalle galere, mantenevano il territorio sotto un tallone di ferro e volevano una Sicilia sottomessa, le attività economiche e gli imprenditori come vacche da mungere o agnelli da sacrificare alle loro divinità sanguinarie. I patrimoni erano intatti, una parte cospicua dei professionisti sgomitavano per servirli, non pochi politici li frequentavano esibendo, più o meno riservatamente, le appartenenze.

Libero Grassi

Poi arriva la ribellione di Libero che non si limita a non pagare, va in televisione, scrive ai giornali, spiega che «se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo». Parla di voti, elezioni, qualità della politica: «La prima cosa che controlla la mafia è il voto… A una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia… se i politici hanno un cattivo consenso faranno delle cattive leggi»:

il manifesto di una rivoluzione, e quell’uomo il simbolo che può essere innalzato dalle schiere immense che finora hanno tenuto la schiena piegata e gli occhi bassi.

Va fermato. Lo uccidono, sparandogli alle spalle, un mattino di 28 anni fa, ma segnano l’inizio della loro fine. 

Nel 1992 le condanne del maxi processo diventano definitive. 

Nel 1993 è arrestato Riina. 

Nel 1996 i beni confiscati alla mafia possono essere utilizzati a fini sociali. Le associazioni antiracket, nate timidamente, si sviluppano impetuosamente. Oggi più di mille i negozi e le imprese si sono uniti sotto le insegne di Addiopizzo, il network di imprenditori ed esercenti che denunciano le richieste estorsive mafiose, mentre oltre 13mila i consumatori si sono fatti sostenitori e alfieri del consumo critico, la spinta a favorire le imprese che si oppongono al ricatto mafioso. Da Palermo, l’associazionismo antiracket si è esteso ad ogni provincia siciliana e si espande in tutta Italia. 

I Tribunali oggi sono sempre più luoghi dove additare gli estorsori piuttosto che passerelle dove negare di averli mai visti. 

Ma non tutto prosegue come dovrebbe, e se la fine sarà inesorabile, il tempo per arrivarci non è breve. Oltre ai mafiosi c’è da fronteggiare l’opportunismo, Insidioso, pericoloso. Roboante negli annunci, timido, pavido e inefficace nei risultati.

Ogni appuntamento rischia di celebrare e non di ricordare. Gli uomini delle istituzioni ci saranno.

Sarebbe più forte, più confortante se insieme alla loro presenza potessero portare il mattone del loro impegno. Quello che in questo anno hanno compiuto. Quali iniziative, quali risultati.

Tanto per cominciare, va rivista la recente circolare del Ministero dell’Interno che mette in pericolo la legge sul «Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime di tipo mafioso», secondo cui lo Stato anticipava le spese legali per le vittime di estorsione. 

Con la sospensione prevista dalla circolare del Viminale, come denuncia Alice Grassi,  «Se la vittima di estorsione, una volta fatto questo passo, deve pure anticiparsi le spese legali per denunciare… Poi ci domandiamo perché non denunciano tutti? Il sistema stava funzionando bene, perché cambiarlo?».

E poi c’è la questione del Parco di Acqua dei Corsari, intitolato anni fa proprio a Libero Grassi e mai aperto alla pubblica fruizione: il progetto di bonifica è ancora in stallo, il parco abbandonato e al tempo stesso negato ai cittadini.

Quale miglior modo di onorare la memoria di Libero Grassi se non quello di assumere l’impegno solenne di restituirlo ai cittadini nel più breve tempo possibile? Che il nome di Libero sarà avamposto di liberazione?

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