La Sicilia dei sazi e quella dei digiuni mentre Musumeci e Miccichè stanno a guardare


Lo scambio di lettere tra Miccichè e padre Scordato ha il merito di porre all’attenzione non solo i giochi di Palazzo, come di solito accade il giorno dopo gli insediamenti di governo e presidenza dell’Ars, ma i problemi veri della Sicilia che spesso gli occupanti pro tempore dell’Ars dimenticano e i loro bracci operativi, i burocrati, non ricordano mai.

Il dibattito sugli alti stipendi dell’Ars, complice la politica dello gnorri praticata a livello nazionale, è datato e mai risolto. La discussione sull’alto numero dei dirigenti regionali e sul loro costo complessivo, rituale e rinviata di continuo.

Così mentre i “sazi” protestano e trovano difensori, i “diuni”, per dirla con Scordato, hanno difficoltà a trovare paladini che vadano oltre la solidarietà e inneschino meccanismi che cambino cosa li rende così distante dai sazi, e così difficile sfamarli nel loro bisogno non solo di cibo e alloggio ma soprattutto di dignità.

Secondo l’Istat oltre il 55% per cento della popolazione siciliana vive con un reddito inferiore al 60% della media nazionale e a evidente rischio povertà, dieci punti in più delle regioni “sorelle” Campania e Puglia ma non pare che questo turbi i sogni di qualcuno che conta o abbia innescato un gran dibattito tra le forze politiche.

Secondo i dati della Fondazione Res in Sicilia è cresciuta la povertà assoluta, oltre 700 mila persone, un siciliano ogni sette, colpendo soprattutto i giovani e gli anziani, chi abita nelle grandi città e, oramai, anche chi è dotato di titoli di studio superiori.

La forbice dei redditi è aumentata. Le somme percepite dal 20% della popolazione con redditi più alti e le somme ricevute dal 20% con redditi inferiori è passato tra il 2008 e il 2015 dal 5,7 all’8,3 e l’ammontare dei redditi dei più ricchi è divenuto otto volte superiore a quello dei più poveri.

Questi dati dovrebbero provocare una grande riflessione e un’analisi rigorosa sui fattori che impediscono lo sviluppo e sulla condanna che grava sulla Sicilia, cenerentola d’Italia che non incontrerà mai il principe azzurro. Invece si preferisce concentrarsi sulla piccola politica spartitoria e il succedersi di destra e sinistra è solo un fatto nominale senza che nessun privilegio sia scalfito o alcun fattore di blocco sia rimosso.

Se Miccichè ritiene di avere cattiva stampa che interpreta e distorce il suo pensiero dimostri nei fatti che ha a cuore non genericamente le sorti della Sicilia, ma il destino e la concreta vita dei siciliani.

Da decenni oramai siamo come quei paesi in via di sviluppo, seduti su ineguagliabili ricchezze ma affetti da cronica povertà. Le rare volte che quei paesi depongono i loro despoti ritrovano sviluppo e nuove possibilità di vita. La Sicilia non ha un despota da abbattere ma un pensiero dispotico con cui fare i conti. È il pensiero unico del privilegio che salda in una formidabile alleanza individui e gruppi che di solito guerreggiano tra loro per il posto da occupare. Nemici giurati nella gara per arrivare, amici per la pelle negli interessi da difendere.

Tutte le politiche per un autonomo sviluppo si sono sempre infrante senza che a nessuno dei responsabili di queste non azioni sia stato presentato il conto della propria inefficienza. Assistiamo oramai a una legiferazione di secondo e terzo livello, a opera di burocrati che interpretano e stravolgono le leggi, senza suscitare scandalo o indignazione e nell’indifferenza di media distratti dal cicaleggio delle piccole sceneggiate da palazzo.

Se la nuova ARS ha a cuore le sorti delle centinaia di migliaia di famiglie in difficoltà, si lanci l’idea di un grande piano contro la povertà, non per creare le ennesime sacche di assistiti e precari ma per liberare risorse ed energie vive e vitali presenti in Sicilia e ogni giorno mortificate dalle innumerevoli tagliole di cui è cosparso il terreno per lo sviluppo e il lavoro.

Numerose rivoluzioni annunciate si sono rivelate piccole tempeste in un bicchiere d’acqua e anche questo inizio di discussione potrebbe subire lo stesso destino.

Come insegna il passato, a volte chi governa passa il segno senza accorgersi che ha messo in moto un meccanismo che lo travolgerà. Musumeci, Miccichè e il nuovo potere regionale lo tengano bene a mente.

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