Rifiuti in Sicilia: il fallimento di una classe dirigente


Ancora una volta la Sicilia registra un primato negativo, ancora una volta occupiamo i vertici della trascuratezza, dell’abbandono, del tirare a campare. E’ trascorso appena un mese dal devastante incendio da”primato” che ha incenerito boschi e campagne siciliane che un’altra emergenza occupa i notiziari dei disastri: la Sicilia è sommersa dai rifiuti.

Questa volta non è la mano di un incendiario, né l’interesse di chi sull’incendio lucra, ma la plateale manifestazione di un meccanismo criminogeno dove ignavia burocratica, clientelismo, pochezza politica, interessi economici e un legante criminale che nella Sicilia delle occasioni mancate è sempre presente, spingono una intera comunità al sottosviluppo.

 

L’attuale Presidenza della Regione sarà ricordata, appena le date che ci corrono incontro la consegneranno all’oblio, come un enorme spreco di tempo, la vanificazione di una storia d’impegno, il trionfo di sterili vanità che invece di fissarsi nelle opere si aggrappano alla vacuità di parole, rituali quanto inerti, e a una liturgia nota e vuota che oramai celebra se stessa nel deserto.

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Ma la storia da raccontare è anche altra, una storia sotterranea che allo spirare dei mandati politici quasi non cambia, che sopravvive a mutamenti profondi e irrobustisce i suoi poteri. E’ la storia di un gruppo numeroso, forte, ricco, non responsabile, che scrive le leggi, stende gli atti amministrativi, mette il suo timbro su quello che la politica può o non può fare. E’ un gruppo, una corporazione che ritarda l’erogazione di finanziamenti ma non paga, vanifica stanziamenti di somme ma nessuno la chiama a rispondere, scrive da sé i contratti che lautamente la remunerano e nessuno censura, tratta la politica con devozione le rare volte che la teme e con disprezzo nei numerosi altri casi.

 

Il fallimento della raccolta rifiuti, della differenziata risiede nei soliti vizi siciliani: si predispongono riforme dove sono chiari gli organigrammi: elefantiaci, costosi e invasivi, ma resta fumosa e senza nessun controllo l’assicurazione che il servizio sia davvero erogato secondo standard accettabili.

Il crudo elenco delle cifre: differenziata al 13,3% contro il 47 della Campania, il 53 della Sardegna, il 42 dell’Abruzzo solo per citare regioni meridionali con le quali di solito condividiamo i disastri. Se poi osserviamo dentro le aree regionali i territori, emergono percentuali da brivido che in democrazie più serie della nostra dovrebbero portare al commissariamento e allo scioglimento delle amministrazioni: Palermo quasi 8% Enna al 6%, mentre il Nord raggiunge cifre per noi da fantascienza 82% a Treviso, 72% a Belluno e Trento.

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Per quanto riguarda le discariche che sono insieme causa e manifesto d’accusa del fallimento della differenziata in Sicilia anche qui cifre da primato negativo , siamo la regione meno virtuosa d’Italia.

 

Perché accade questo? Perché una terra con eccellenze in tutti i campi, regola la sua vita civile in modo così inefficiente e diseguale. Perché nonostante alcuni suoi uomini e donne occupino i vertici delle istituzioni nazionali e molte amministrazioni siano guidate da persone oneste il risultato è il disastro che ogni giorno ci sconvolge varcata la soglia di casa?

Le cause non sono riconducibili a un solo motivo. Ma è certo che il modo di provare a correggere metodi e prassi che provocano diseguaglianza, infelicità, diminuzione delle chance, fuga verso altre regioni o nazioni, ha finora dato risultati ridicoli.

 

Un tempo si pensava che tutti i mali siciliani fossero conseguenza dell’ottuso modo di gestire la cosa pubblica di una specifica parte politica ma, a mano a mano che altre parti si coinvolgevano nel governo erano più i conformismi che si manifestavano che le discontinuità.

 

I proclami e le intenzioni di validi amministratori si sono spesso infranti sugli insormontabili ostacoli frapposti dalla burocrazia oppure vanificati da gruppi portatori di forti interessi particolari. Quando invece gli intrighi di amministratori pubblici di nome e predatori di fatto si sono coniugati con la compiacenza burocratica, la rete clientelare, le assistenze che interessano enormi settori del vivere civile, le catene che imprigionano la Sicilia al sottosviluppo hanno mostrato buona parte degli anelli che le compongono.

 

Secondo Nicola Gratteri “Ci sono direttori generali che da vent’anni sono nello stesso posto, e da incensurati gestiscono la cosa pubblica con metodo mafioso”. Vale per la Calabria e forse per l’intero meridione.

 

Nel 1932 Fleming notò che le colonie di stafilococchi a contatto con Penicillum notatum perdevano la carica batterica e l’organismo sotto attacco guariva.

Alla Sicilia serve una penicillina sociale che sconfigga le immense colonie di stafilococchi che la costringono a una vita da inferno. E come anni fa per l’emergenza idrica un vero commissario, come lo fu il generale Jucci, indipendente, non ricattabile, a costo zero, che in un solo anno compia quello che in decenni non si è mai fatto.

 

 

Aldo Penna

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