Unione Europea: declino o rinascita


 

Il vento che ha soffiato impetuoso il 23 giugno invece di gonfiare le vele dell’Unione ha mutato con violenza e rapidità direzione spezzando uno degli alberi del vascello europeo.

Ma sarebbe cieco pensare che nonostante i danni subiti la navigazione possa continuare allo stesso modo di prima. Dal sogno dei fondatori che all’indomani del secondo conflitto osservando un continente in macerie, percorso da profondi risentimenti nazionali, immaginarono un orizzonte unito e solidale che fermasse le lotte per la supremazia, siamo arrivati all’Unione delle burocrazie che invece di essere al servizio dei popoli si sono poste a disposizione delle tecnocrazie.

Così il più grande mercato interno del mondo, il più popoloso dopo quello cinese e indiano, con un PIL di gran lunga maggiore a quello cinese e di poco superiore a quello americano ha pensato a uniformare molte branche della sua economia varando per la gran parte dei suoi Stati anche una moneta unica ma non ha dedicato molte energie alla creazione di uno spirito europeo sovranazionale, all’orgoglio di appartenere all’unica aggregazione nata non dalla forza di un vincitore ma dalla volontà di archiviare i conflitti.

I popoli a volte conservano dentro i loro spiriti propositi di rivincita, frustrazioni di presunti danni o torti subiti che alle prime crisi emergono con forza. Dentro il territorio dell’Unione convivono, in apparente fratellanza, nazioni che hanno dominato e insanguinato l’Europa nei cinquecento anni precedenti. Gli eredi degli imperi, portoghese, spagnolo, francese, tedesco, inglese. I padroni del mondo di ieri costretti a unirsi per non morire o soccombere non riescono a dimenticare il ricordo delle antiche grandezze.

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Le elite che guidano questi paesi hanno usato fino ad oggi la struttura sovranazionale chiamata Unione come sfogatoio indicando ai malcontenti nazionali un responsabile diverso per allontanare lo sguardo dai loro limiti e inadeguatezze.

Quando la ciclicità delle economie e l’incapacità di attenuarne l’impatto ha investito l’Unione, Bruxelles è divenuta simbolo di tutti i danni possibili e le capitali europee vittime di un despota lontano.

 

Preoccupata più di crescere che di consolidarsi, l’Unione ha varato la moneta unica ma non un titolo europeo per mettere al riparo i paesi più deboli dagli assalti speculativi. Ha unificato molte regole commerciali scadendo a volte anche nella pedanteria burocratica ma non ha una polizia comune, un corpo di difesa europeo e  le rappresentanze diplomatiche, timido inizio di proiezione esterna dell’Unione  si sovrappongono quasi sempre a quelle dei singoli Stati. I rapporti con il fronte caldo dell’est sono spesso contradditori e lenti ad attuarsi, mentre l’invasione migratoria proveniente da sud e sud est ha visto reagire ogni aderente con politiche e atteggiamenti differenti invece di una rotta condivisa che considerasse il territorio dell’Unione come un insieme comune.

Supporters of the Stronger In campaign react after hearing results in the EU referendum at London's Royal Festival Hall, Friday, June 24, 2016. On Thursday, Britain voted in a national referendum on whether to stay inside the EU. On Thursday, Britain voted in a national referendum on whether to stay inside the EU. (Rob Stothard/Pool via AP)

Quando francesi e olandesi hanno bocciato, archiviandola, la lunghissima Costituzione europea (oltre 300 articoli) non hanno solo detto no a un testo incomprensibile ma dato uno schiaffo a una concezione tecnocratica e senza anima che intendeva trasfondere nell’atto fondante dell’Unione che doveva essere prima politica e poi commerciale il corpus di precedenti accordi.

La vittoria del remain avrebbe rassicurato i governi europei e la concezione burocratica dell’Unione. La sua sconfitta, seppur di misura, deve spingere invece a una revisione profonda dei meccanismi che tengono insieme 27 nazioni. I Cinesi hanno commentato l’uscita britannica come un fallimento del processo democratico che consente ai popoli di decidere anche contro l’interesse dei propri paesi e giudicano l’Europa un territorio di musei incapace di resistere alle pressioni migratorie e agli attacchi terroristici. Pensando infine che l’asse del mondo dopo secoli di dominio tra le due sponde dell’Atlantico si sia spostato sul Pacifico e sul confronto tra le due sponde di quel vasto oceano.

Ecco parole che dovrebbero spingere i leader europei a un poderoso colpo d’ali che innalzi i destini europei oltre le piccole miserie particolaristiche trasformando un territorio diviso, ricco e debole al contempo nella nuova frontiera della democrazia (coinvolgendo i popoli e non ingannandoli) della convivenza (un crogiolo di razze e culture che accolga invece di lasciarsi occupare) e dello sviluppo (ponendosi all’avanguardia dei nuovi processi energetici), fornendo all’intero pianeta un modello federativo che i numerosi, e all’apparenza insanabili, conflitti regionali potrebbero iniziare a guardare con interesse.

 

Aldo Penna

 

 

 

 

 

 

 

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