Borsellino anno domini XXIII p. m.


Ventitre anni dopo l’assassinio di Paolo Borsellino cosa resta di quella Sicilia irredimibile che ha divorato i suoi tanti eroi? Resta una fiducia malferma e claudicante che la fine della “diversità” siciliana infine possa compiersi, che gli aspetti più macroscopici del dominio mafioso siano stati intaccati, che la forza che per cento anni ha tenuto sotto il suo tallone un’isola intera sia preda di una mutazione che potrebbe costituire l’anticamera della sua dissoluzione.

Ma è davvero così, e gli avversari della mafia sono davvero così uniti da poterne avere ragione?

Purtroppo, no. Il fronte antimafia è più diviso che mai: rivalità, protagonismi, procedure e scelte errate hanno contribuito alla creazione di un professionismo così penetrante, pervasivo ed economicamente coinvolto che i professionisti antimafia di sciasciana memoria appaiono timide educande.

Di contro la mafia non è rimasta a guardare. Se la legislazione sui collaboratori di giustizia e quella sulla confisca dei patrimoni l’hanno disarticolata e messe in ginocchio, se ha scelto di non sfidare apertamente le istituzioni attraverso l’uccisione di uomini simbolo, resta pronta a rialzarsi e ad azzannare ancora.

La scelta di attenuare con tariffe ribassate la propensione sempre maggiore degli imprenditori a denunciare le estorsioni, la decisione di penetrare nell’economia legale non solo attraverso i grandi canali della finanza ma attraverso il finanziamento diretto di piccole e medie iniziative d’impresa, la giovane leva più colta e meno aggressiva ma sempre propensa all’uso della violenza mirata, questa è la nuova mafia.

Certo se raffrontiamo il periodo attuale agli inizi degli anni novanta molta buona acqua è passata sotto i ponti.

Sono nate, a decine, le associazioni antiracket, gli imprenditori che si recano nei Tribunali a puntare il dito contro i loro estorsori sono sempre più numerosi, boss e gregari sono gravati da montagne di anni di galera e immensi fiumi di ricchezza, frutto dell’accumulazione criminale, sono sotto sequestro o confisca.

Palermo , September 1993 - Demo against the killing of Father Puglisi - A female child in front of a banner with the writing " Silence is Mafia "  Palermo , settembre 1993 - Protesta contro la mafia per l'uccisione di Padre Pugliesi - Una bambina di fronte ad uno striscione con la scritta " Il silenzio è mafia "  *** Local Caption *** 00127716

Ci sarebbe da gioire se non si rilevassero pericoli all’orizzonte. Questi beni sostano troppo tempo e a volte senza tempo nelle mani dello stato invece di essere restituiti al circuito economico legale, alimentando altre burocrazie e una propensione a trattenerli. Politici, imprenditori, alti burocrati aderiscono e celebrano vuote liturgie di un’antimafia di maniera, sempre presente nelle ricorrenze in onore dei tanti assassinii ma sempre assente o indifferente ai destini di una comunità che attraversa la crisi più devastante dell’ultimo sessantennio senza l’orizzonte di una rinascita che accompagnava i periodi più bui del dopoguerra.

Si celebra un eroe e si lascia che la vita quotidiana scorra, come sempre, nella rassegnazione, nella percezione di un’immutabilità che fornisce alla mafia quel sostegno culturale che le consente di sopravvivere. Si arrestano decine di boss ma non si investe sulla scuola, si frena l’impatto pervasivo della criminalità sugli appalti pubblici, ma enormi risorse sono mal impiegate o sprecate o non utilizzate e non per colpa della mafia.

Qualcuno parlava di eccessiva attenzione alla mafia militare invece che a quella dei colletti bianchi. Forse dovremmo aggiornare quel ragionamento e parlare anche dei nuovi nemici, la ritualità e l’indifferenza delle istituzioni che sta incatenando l’unica forza liberatrice che questa comunità possiede e di cui anche nella fasi peggiori non è mai stata priva: la speranza

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